SPIRIT OF AMERICA

America is a land of wonders, in which everything is in constant motion and every change seems an improvement ----------------------- ALEXIS DE TOCQUEVILLE

Wednesday, December 29, 2004

L'11 settembre della Natura, morti di 40 Paesi

E' una triste Onu del dolore, il segno evidente di un mondo sempre piu' 'piccolo' e globalizzato, dove ogni tragedia non ha piu' dimensioni solo locali. Come l'11 settembre di New York, con i suoi morti di 80 nazionalita' sepolti sotto le Twin Towers, cosi' il terremoto e lo tsunami in Asia con il passare dei giorni assumono l'aspetto di un 11 settembre della natura, che ha disseminato di lutti l'intero pianeta. Le informazioni che arrivano dall'oceano Indiano e confluiscono al quartier generale delle Nazioni Unite, a New York, indicano che piu' di 40 paesi sono stati colpiti. La bandiera a mezz'asta di fronte al Palazzo di vetro, al posto dei consueti 191 vessilli dei membri dell'Onu (che sventolano solo quando e' riunita l'Assemblea generale), riassume il senso della catastrofe planetaria. Le nazioni direttamente colpite sono 12, nel sud dell'Asia e sulla costa dell'Africa che si affaccia sull'oceano Indiano. Si va dalle ecatombe dell'Indonesia, dello Sri Lanka, dell'India e della Thailandia, con le loro migliaia di vittime, ai pochi morti di paesi lontani raggiunti dall'onda assassina, come il Kenya e la Tanzania. A migliaia di chilometri dall'epicentro del terremoto, la Somalia piange piu' di 100 vittime e la Fao ritiene ci siano tra le 30 e le 50.000 persone che necessitano urgenti aiuti umanitari. Ma almeno una trentina di altri paesi stanno raccogliendo cadaveri o cercando notizie di centinaia di turisti in vacanza, spariti nei paradisi cancellati dalla furia dello tsunami. Dopo l'Asia, e' l'Europa che sembra destinata a pagare il prezzo piu' alto in una apocalisse dove il turismo esclusivo, i nomi celebri, la gente comune in vacanza e le povere popolazioni locali sono stati rimescolati e uniti dall'oceano impazzito. Migliaia di turisti erano scappati dall'inverno dei paesi scandinavi e della Germania per recarsi sull'oceano Indiano. Tra i 20 e i 30 mila svedesi trascorrevano le vacanze in Thailandia, la piu' popolare meta turistica per la Svezia e ora mancano notizie di circa 1.000 di loro. ''E' la peggiore catastrofe dei nostri tempi'', ha detto il premier svedese Goran Persson. La Norvegia ha perso le tracce di 800 connazionali e anche il ministro degli Esteri di Oslo, Jan Petersen, ha parlato di un lutto senza precedenti. Tedeschi, francesi e britannici erano presenti in gran numero per le vacanze natalizie nei 'resort' della Thailandia, dove quasi 1.000 stranieri sono gia' stati identificati tra le vittime. Il 'Sofitel Magic Lagoon' di Khao Lak, il celebre villaggio della francese Accor completamente distrutto dalle acque, per due terzi era pieno di tedeschi. Anche l'Italia sembra avviata a pagare un prezzo altissimo, dopo l'annuncio del ministro degli Esteri Gianfranco Fini sui 600 italiani dispersi tra gli almeno 8.000 che si trovavano nell'area della tragedia. Le storie di bambini rimasti orfani e riconosciuti dai parenti a migliaia di chilometri di distanza grazie a Internet, contribuiscono a dare il senso della portata globale di una catastrofe dove la Rete e' diventata uno dei principali strumenti per la gestione dell'emergenza. Ma nell'incrocio delle storie e delle nazionalita', la stampa internazionale e' rimasta colpita anche dalle iniziative che di tecnologico non hanno niente: come l'instancabile lavoro in Thailandia dell'operatore turistico italiano Olinto Barletta e i suoi giri degli ospedali di Phuket con il tricolore in mano per rintracciare i connazionali, a cui dedica spazio anche il New York Times. La conta dei morti e dei dispersi non sembra risparmiare alcun continente. In Sud America, il Brasile segnala di aver riportato vittime. In Medio Oriente, il bilancio delle vittime in Israele ha sfiorato quota 200. L'Australia ha una decina di morti e altrettanti dispersi. E ancora vittime dalla Nuova Zelanda a Taiwan, dal Sudafrica alla Turchia. L'Onu sta rispondendo con quella che i suoi leader hanno definito ''un'operazione umanitaria senza precedenti nella storia''. Lo sforzo appare enorme, per la vastita' dell'area colpita e per le difficolta' logistiche di coordinare aiuti a cosi' tanti paesi. Ma altrettanto impressionante, con il passare dei giorni, appare la macchina dei soccorsi: l'elenco dei paesi che hanno gia' contribuito con uomini, mezzi o soldi assomiglia sempre piu' alla lista completa dei membri delle Nazioni Unite.

Tuesday, December 28, 2004

Terremoti, l'allarme nell'oceano sbagliato

L'allerta ha raggiunto in tempo la base militare sull'isola Diego Garcia, nel mar Arabico, da dove lo scorso anno partivano gli aerei per bombardare l'Iraq. C'e' stato il tempo anche di contattare i diplomatici americani in Madagascar o sulla costa dell'Africa. Ma il centro per gli tsunami alle Hawaii non e' riuscito a fare molto di piu', in un fine settimana natalizio, per trovare il modo di avvertire i paesi dell'oceano Indiano del disastro in arrivo. Mentre l'Onu rilancia la necessita' di dar vita al piu' presto a un sistema di diffusione dell'emergenza-tsunami nella fetta di mondo tra l'Africa e l'Indonesia, emergono i retroscena dell'impotente corsa contro il tempo tentata dagli scienziati del Pacific Tsunami Warning Center di Honolulu, la torre di guardia da dove gli Usa controllano terremoti e maremoti nel Pacifico. Nell'indirizzario della stazione oceanografica americana c'era una lunga serie di contatti, ma tutti nell' oceano 'sbagliato': gli avvertimenti per il rischio di innalzamento del livello del mare sono partiti per le isole Fiji, il Cile o la California, ma non per le zone realmente a rischio. Per gli esperti alle Hawaii, inoltre, non c'era modo di sapere se la scossa di terremoto registrata dai sismografi avrebbe provocato o meno tsunami: ne hanno avuto la tragica certezza solo quando sono arrivate le prime notizie delle onde assassine a Sri Lanka. - IL PRIMO ALLARME: Alle 14:59 del pomeriggio del sabato di Natale, ora di Honolulu (le 1:59 di domenica in Italia), i computer del Centro tsunami hanno prodotto un messaggio automatico per segnalare un terremoto al largo di Sumatra, calcolato inizialmente come magnitudo 8.0. Nessuno era presente in quel momento nella stazione di rilevamento a Ewa Beach, alle Hawaii, ma il messaggio e' rimbalzato sui computer a casa dei funzionari del Centro, che sono arrivati in fretta in ufficio. Nel giro di un'ora, e' partito un primo bollettino sul terremoto che avvertiva anche della ''possibilita' di tsunami'', ma solo vicino all'epicentro. ''Basandoci sul fatto che era un terremoto da 8.0 - ha raccontato Charles McCreery, il direttore del Centro tsunami - abbiamo ritenuto che i danni sarebbero stati confinati a Sumatra e ci sarebbe stato uno tsunami locale, nel giro di pochi minuti. Non eravamo preoccupati a quel punto che potesse essere un evento piu' vasto''. - I CONTATTI: Se anche fossero stati piu' preoccupati, gli scienziati americani non avrebbero saputo a chi dirlo. La lista dei loro contatti e' vasta e accurata, ma riguarda quasi interamente l'oceano Pacifico. Tra coloro che ricevono le allerta via email del Centro tsunami c'e' anche la U.S.Navy, la Marina militare ed e' per questo che il messaggio e' arrivato alla base militare di Diego Garcia. Per il resto, pero', i referenti erano tutti in un'altra zona del mondo. Con l'eccezione dell'Indonesia, che affacciandosi anche sul Pacifico ha ricevuto il messaggio americano: non e' chiaro pero' l'uso che ne ha fatto. L'assenza di modelli computerizzati relativi all'oceano Indiano e di boe e strumenti di rilevamento nello stesso oceano, rendeva impossibile per gli esperti alle Hawaii prevedere cosa poteva accadere per il sisma a Sumatra. Nel Pacifico e' invece in vigore una sofisticata rete di sensori e un network per lo scambio di informazioni tra i vari paesi. Alle Hawaii esiste un sistema di sirene e radio d'allarme che avverte dell'arrivo di onde anomale. - LA CATASTROFE: Con il passare del tempo, i dati arrivati alle Hawaii hanno indicato che il terremoto era stato di magnitudo 9.0, una differenza enorme in termini geologici e dal punto di vista delle possibili conseguenze. A quel punto e' diventato chiaro che il rischio tsunami nell'area era assai piu' vasto del previsto. Ma solo quando sono arrivate le prime notizie dallo Sri Lanka e' stato evidente che qualcosa di terribile stava muovendosi sotto la superficie dell'oceano Indiano. ''Volevamo provare a fare qualcosa - ha raccontato McCreery al New York Times - ma senza un piano non c'era un modo efficace di emettere un'allerta o di diffondere messaggi di avvertimento. Mi e' venuto in mente quante volte il nostro gruppo internazionale sugli tsunami, nelle conferenze del passato, ha avuto discussioni su cio' che poteva essere fatto negli altri oceani. Con il senno di poi, vorrei che avessimo fatto dei progressi in quella direzione''. Invece c'e' stato solo il tempo, per gli scienziati alle Hawaii, di parlare con l'ambasciatore americano a Sri Lanka, che voleva rassicurazioni su possibili nuove ondate e di contattare i diplomatici degli Usa sulla remota costa dell'Africa, per metterli in guardia. Per cercare di salvare migliaia di persone in India, Sri Lanka, Thailandia, Maldive e Indonesia, pero', era ormai troppo tardi.

Thursday, December 23, 2004

Natale, dal messaggio di auguri di Bush agli americani

PRESIDENTIAL MESSAGE: CHRISTMAS 2004 "For 2,000 years, Christmas has proclaimed a message of hope: the patient hope of men and women across centuries who listened to the words of prophets and lived in joyful expectation; the hope of Mary, who welcomed God's plan with great faith; and the hope of wise men, who set out on a long journey guided only by a slender promise traced in the stars. Christmas reminds us that the grandest purposes of God can be found in the humblest places. And it gives us hope that all the love and gifts that come to us in this life are the signs and symbols of an even greater love and gift that came on a holy night. (...) Da qui in poi e' tutta retorica, pero' questa parte del messaggio non e' male per essere stata scritta alla Casa Bianca...

Sconvolge l'America lo 'Schindler' dei tutsi nei cinema

E' un film del quale Hollywood e Washington sperano non ci sia un sequel, ma che forse ha gia' un triste 'Episodio II' in preparazione in Sudan. In mezzo alla consueta serie di allegre pellicole natalizie, l'America stavolta ha trovato sotto l'albero anche un film-denuncia, 'Hotel Ruanda', che racconta come un pugno nello stomaco il genocidio dell'etnia tutsi nel 1994 e l'indifferenza che lo accompagno' da parte del mondo occidentale e dell'Onu. La storia e' quella, reale, di Paul Rusesabagina, il manager di un hotel di lusso di Kigali, la capitale del Ruanda, che i media americani hanno gia' paragonato a uno Schindler africano, con gli inevitabili paralleli con uno dei film capolavoro di Steven Spielberg, 'Schindler's list'. Il regista e sceneggiatore irlandese Terry George ha ricostruito nei dettagli la vicenda dell'albergatore, un hutu, che sfidando, pregando e talvolta corrompendo i guerriglieri della sua stessa etnia offri' rifugio e salvo' la vita a 1.268 tutsi. La critica cinematografica ha usato i superlativi per definire 'Hotel Ruanda' e il suo protagonista, l'attore afroamericano Don Cheadle, autore per molti di una ''interpretazione fenomenale'' (Chicago Tribune). C'e' chi si e' spinto a ipotizzare che Cheadle possa essere un temibile avversario per l'Oscar, tra gli attori neri, per Jamie Foxx e la sua versione cinematografica di Ray Charles. Ma a dieci anni da un genocidio che in 100 giorni vide massacrati circa 800 mila tutsi, il film negli Usa e' stato accolto anche come un avvertimento di stretta attualita'. Il timore, come ha scritto Margaret Carlson sul Los Angeles Times, e' che tra qualche anno Hollywood si trovi tra le mani il copione ''di un sequel che nessuno dovrebbe mai vedere'', quello di un 'Hotel Sudan'. La sottovalutazione di cio' che avvenne in Ruanda da parte della Casa Bianca di Bill Clinton e le promesse dello stesso Clinton e di George W.Bush che una tragedia del genere non si ripetera', si scontrano secondo molti osservatori con cio' che sta avvenendo nella regione sudanese del Darfur. Gli Usa hanno usato nei mesi scorsi la parola 'genocidio' per il Sudan e l'ambasciatore americano all'Onu, John Danforth, nei giorni scorsi ha accusato pubblicamente l'assemblea generale dell'Onu di non star muovendo un dito per agire. Spunti d'attualita' che sembrano legarsi con le scene ricostruite nel film, dove un impotente comandante dei caschi blu dell'Onu (Nick Nolte) non puo' far niente per fermare la follia, mentre il capo della delegazione locale delle Nazioni Unite spiega con brutale franchezza lo stato delle cose al manager-eroe barricato nel suo albergo: ''L'Occidente, le superpotenze, tutto cio' in cui credi, Paul, pensano che tu sia semplicemente polvere... non vali niente. Sei africano''. Cheadle ('After the sunset', 'Ocean's Twelve', 'E.R.') e il vero Rusesabagina stanno girando gli Usa per promuovere il film e raccontare come un sofisticato e pacato manager abituato a ospitare e viziare ricchi occidentali, si trasformo' in un coraggioso protettore di rifugiati. Con la moglie Tatiana, una tutsi, l'albergatore apri' le porte del lussoso Hotel des Mille Collines a povere famiglie di tutsi terrorizzati, cercando giorno dopo giorno di salvar loro la vita con trattative, compromessi ed eroiche prese di posizione contro le milizie hutu assetate di sangue.

Wednesday, December 22, 2004

L'America e' sudista, esodo verso gli stati bushiani

Un secolo e mezzo dopo la Guerra Civile, i sudisti d'America si prendono la rivincita contro gli odiati 'yankees' del Nord, stavolta con un'arma imbattibile: la demografia. Gli ultimi dati del censimento negli Usa mostrano una crescita senza sosta degli stati del Sud e del West, a un ritmo tale che nel 2010 nessuno dei tre stati piu' popolosi degli Stati Uniti sara' nel nord del paese. Le ripercussioni dell'esodo in corso, in apparenza inarrestabile, sono non solo di ordine culturale, sociale o economico, ma anche politico. Cresce sempre di piu' l'America 'rossa', il colore che contrassegna i repubblicani: George W.Bush ha vinto lo scorso novembre in nove dei 10 stati che nel 2004 hanno fatto registrare i maggiori aumenti di popolazione (il decimo e' il Delaware, che ha solo 800 mila abitanti). Per gli esperti, quella in corso ha ormai assunto i tratti di una vera rivoluzione che sta cambiando assetti rimasti stabili fin dal XIX secolo. La Pennsylvania, lo stato di New York, il New England, l'Ohio e gli stati operai dei Grandi Laghi dove si concentrava da oltre un secoli la maggioranza della popolazione americana (con l'eccezione della California), stanno cedendo il primato. A questi ritmi, la Florida superera' come popolazione lo stato di New York in cinque anni, la Carolina del Nord entro il 2007 avra' piu' abitanti del New Jersey. ''E' la Nuova America - ha detto a Usa Today il demografo William Frey, della Brookings Institution - e sta portando via popolazione e peso politico dalla Vecchia America altamente urbanizzata''. Nel 2010, quando il Census Bureau ricalcolera' il numero di seggi alla Camera che spettano a ciascuno stato in base alla popolazione, stati 'blu' (democratici) come New York e la Pennsylvania potrebbero perdere un deputato a testa, cosi' come Ohio e Indiana. A crescere saranno i nuovi paradisi degli americani: il Nevada, l'Arizona, la Florida, insieme ad altre roccaforti repubblicane come Texas e Utah. E' anche guardando a questi dati che la classe politica si sta organizzando per il futuro. Soprattutto i democratici, bruciati dalla sconfitta di John Kerry, stanno cercando di capire quale sia la strada per recuperare consensi pur di fronte a un'emorragia dell'elettorato negli stati tradizionalmente amici. Ecco perche' il settimanale Newsweek, nei giorni in cui il rivale Time e' in edicola con il numero che decreta George W.Bush come 'Persona dell'anno', dedica la copertina al neo senatore democratico dell'Illinois Barak Obama e al suo sogno politico: diventare il protagonista della crescita dell'America 'viola', quella del compromesso tra stati rossi e stati blu. Politica a parte, i demografi seguono affascinati la nuova fase nel cammino senza fine dell'America per definire se stessa. L'immigrazione ispanica e' uno dei fattori piu' significativi dietro la crescita degli stati del sudovest. Ma le migrazioni dall'Est e l'aumento delle nascite negli stati tradizionalisti del Sud sono altri elementi importanti per capire cosa sta accadendo. Secondo i dati relativi al primo luglio scorso, appena diffusi, la popolazione degli Usa ha raggiunto i 293,7 milioni di abitanti e con l'attuale tasso di crescita sara' di 311,7 milioni nel 2010. Il Nevada - lo stato di Las Vegas, la metropoli con i maggiori ritmi di sviluppo negli Usa - e' per il 18mo anno consecutivo quello che cresce piu' in fretta. Dalla top ten aperta dal Nevada e' uscita stavolta la California (solo dodicesima), scalzata dai nuovi ingressi di Carolina del Nord e New Mexico. La Florida, il terzo stato piu' in crescita del paese, in media e' aumentata di 1.019 persone al giorno nell'ultimo anno, portando il totale della propria popolazione a 17,4 milioni. I dati, pero', si riferiscono al periodo precedente ai quattro uragani che hanno devastato quest'anno lo stato di Disney World e degli alligatori: molti nuovi residenti da allora hanno meditato di rifare le valige.

Tuesday, December 21, 2004

L'email del soldato muore con lui

Senza la necessaria parola-chiave, la casella di email di una persona defunta non puo' essere consultata dai suoi familiari, neppure se si tratta di un Marine ucciso in Iraq. Yahoo, il colosso americano di Internet, ha ribadito la regola ai familiari del caporale Justin Ellsworth, ucciso il mese scorso da una bomba nella provincia irachena di Al Anbar. I portavoce di Yahoo hanno spiegato che la tutela della privacy dei loro clienti non ammette eccezioni e per questo la casella di email e' destinata a restare sigillata sul web, una sorta di memoriale virtuale che nessuno potra' visitare. I genitori di Ellsworth, un Marine del Michigan, volevano accedere alla sua casella di posta elettronica per raccogliere le parole del figlio ed avere maggiori ricordi di lui, ma non conoscono la password per l'accesso. ''Vogliamo ricordarlo con le sue stesse parole'', hanno detto i familiari. Yahoo ha espresso solidarieta' alla famiglia per la perdita, ma ha ribadito di non poter violare le regole della privacy.

Monday, December 20, 2004

Boston, Natale di protesta nella chiesa italiana

BOSTON - Gina, Neffo, Lisa e gli altriirriducibili di Nostra Signora del Monte Carmelo si preparano a un Natale insolito. ''Gli italiani non si arrenderanno'', e' il grido di battaglia che viene ripetuto di fronte alla chiesa parrocchiale di East Boston, storico quartiere di immigrati italiani nella piu' cattolica tra le grandi citta' d'America. Una sfida che ora ruota tutta intorno alla celebrazione della Messa della notte di Natale. Da meta' ottobre l'Arcidiocesi di Boston e' impegnata in un duro braccio di ferro con i fedeli della chiesa di Our Lady of Mount Carmel, costruita 99 anni fa dai muratori italiani appena arrivati nel Nuovo mondo. La parrocchia rientra tra quelle - un' ottantina in tutto - che l'arcivescovo Sean O'Malley ha deciso di chiudere, per razionalizzare la presenza di chiese nella diocesi e anche per far fronte alla dura crisi economica che la chiesa cattolica deve affrontare a Boston, in seguito alle sentenze di risarcimento danni legate agli scandali della pedofilia. In nessuna delle chiese destinate alla chiusura, pero', O'Malley ha trovato reazioni come quella di East Boston. Gina Scalcione, 64 anni, la 'pasionaria' che guida la protesta, ha incontrato O'Malley nella giornata di domenica insieme a Neffo Cappuccio e Lisa Capogreco, due trentenni che si sono messi alla testa del malcontento locale. Ma il faccia a faccia tra la delegazione degli italoamericani e l'arcivescovo e' finito in un nulla di fatto. O'Malley, hanno raccontato i manifestanti, e' stato cortese ma irremovibile e si e' preoccupato soprattutto di raccomandare che l'occupazione avvenga solo di giorno, perche' la notte la zona puo' essere pericolosa. ''L'unica cosa che ci ha offerto - ha detto Gina Scalcione dopo l'incontro - e' stata di andare a casa a dormire. Ma gli abbiamo detto di no''. La delegazione ha invitato O'Malley a visitare la chiesa, ma l'arcivescovo ha fatto loro capire che non c'e' alcun margine per una trattativa. Soprattutto, dal capo dell'arcidiocesi e' arrivata una risposta negativa alla richiesta dei parrocchiani di celebrare la Messa di Natale nella chiesa 'condannata': secondo O'Malley, permettere la cerimonia renderebbe solo piu' difficile per la comunita' locale il processo di adattamento alla loro nuova parrocchia, Sacred Heart Parish, sempre a East Boston. ''La nostra veglia proseguira' e a questo punto anche con piu' forza di prima - ha detto Cappuccio - perche' gli italiani hanno costruito la chiesa, hanno costruito questa comunita' e non si arrenderanno''. La prospettiva e' ora di una gelida Messa di mezzanotte all'aperto, fuori dalla chiesa presidiata dai manifestanti. In un comunicato, l'arcidiocesi ha ribadito che il trasferimento dei parrocchiani nella loro nuova chiesa e' ormai in corso e non avrebbe quindi senso la cerimonia natalizia. Nostra Signora del Monte Carmelo ha chiuso i battenti il 12 ottobre scorso, come un'ottantina di altre chiese cattoliche in citta', su alcune delle quali le autorita' religiose locali hanno poi avuto ripensamenti. La parrocchia destinata a scomparire era una delle poche, nell'area di Boston, dove veniva ancora celebrata Messa in italiano e gli immigrati di seconda o terza generazione di East Boston faticano ad accettare la perdita. Tra i parrocchiani e' diffusa l'idea che l'arcidiocesi abbia scelto la chiesa tra quelle da chiudere per il suo valore immobiliare, non per motivi di risparmio e per la carenza di sacerdoti. Altre chiese in citta' sono al centro di manifestazioni di protesta contro la chiusura, anche se in nessuna gli umori sono accesi come a East Boston. L'arcivescovo O'Malley, che ha ereditato una comunita' sconvolta dagli scandali e dalle dimissioni forzate del cardinale Bernard Law, ha pero' sino a ora dimostrato di non fermarsi di fronte a niente nel cammino per la riorganizzazione di una diocesi in crisi, che e' stata costretta a vendere anche il proprio quartier generale per far fronte ai debiti.